La crisi è finita, solo se lo vuoi tu !

Ormai sono mesi, anzi anni, che i TG e i giornali disegnano gli scenari più demotivanti dietro alla parola Crisi.

Risultato? Al di là dei dati reali, che sicuramente non sono al meglio, la cosa peggiore è che si è generata una crisi ben più pesante nella testa di tutti noi. Bombardati da messaggi cupi e negativi, abbiamo creato una crisi più grande nel nostro animo, che ci ha portati a essere demotivati, pessimisti, vulnerabili, insicuri, immobili.

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Con uno stato emotivo così, è chiaro che non si spende, non ci si muove, non si fa girare l’economia, e il problema peggiora.

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La domanda quindi è: di questa benedetta crisi, quanto è la parte reale e quanto la parte generata da tutti noi e dal nostro cambiamento dettato da questi stati negativi? Come dire…era partita che era un palla di neve, e scendendo è diventata una valanga. Perchè dico ciò? Perchè comunque se ci guardiamo attorno, di persone che lavorano ce ne sono tante, di aziende che sono rimaste aperte e che fatturano bene altrettanto, e sono entrambe ben più numerose delle persone e delle aziende che hanno avuto problemi! E quest’estate, tutto sommato, in tanti (tantissimi!) siamo andati in vacanza. E così si conferma la teoria che, fortunatamente, è condivisa da molti. La crisi è finita, ed è stata meno peggio di quanto non ce l’abbiano raccontata. Sicuramente, i consumi sono calati e si sono persi posti di lavoro, ma come ben sappiamo, è dalla notte dei tempi che l’economia segue delle leggi per cui prima sale, poi scende, poi risale, e così via.

Quindi in realtà, non c’è molto di cui stupirsi.

Tanto più che una cosa buona la crisi l’ha fatta: ridimensionare certi sistemi malati e speculativi, riportare una cultura della qualità del servizio (quando ci sono meno clienti, li curi meglio), ritrovare un consumo più consapevole e misurato. Detto ciò, a parte gli interessi dei massimi sistemi a spargere allarmismi e negatività, la crisi è stata più di tutto nella nostra testa. E come possiamo biasimarci? Ce l’hanno inculcata da ogni canale. Bene, quindi, come levarcela? In coaching si parlerebbe di focus mentale, con un pizzico di gestione dello stato d’animo.

Facciamo un esempio: Lavoro.

Lo spauracchio della crisi ha portato tante persone all’immobilismo, al rinunciare a cambiare un lavoro che non piace e non fa star bene solo perché tutti dicevano che un altro posto non si poteva trovare. La verità è che quando si vuole trovare un nuovo lavoro e lo si cerca con impegno e motivazione, si trova. Se si hanno le capacità e la professionalità, un posto migliore si ottiene. Crisi o non crisi, di aziende e realtà che lavorano ce ne sono, e non poche. E’ un problema di focus: se si vuole vedere la crisi, si contano le aziende che chiudono, e non si vedono quelle che funzionano. Tanto semplice quanto cruciale. Chi si accontenta, per fortuna o purtroppo, lo fa solo per una questione di pigrizia o di abitudine.

Se gli altri tentano di scoraggiarci con inutili catastrofismi, dobbiamo ricordarci che quelle sono le loro paure, non le nostre, perciò nessuno ci obbliga ad appiccicarcele addosso. Poi c’è la famiglia. Chiaramente in tanti siamo cresciuti in famiglie dove si insegna che la sicurezza è la prima cosa nella vita: “Studia, portati a casa un titolo, trova un lavoro sicuro e tienitelo stretto”. E così cresce il senso di frustrazione che deriva da una vita preimpostata e precucinata come un piatto pronto.

“Chi si accontenta gode” è un proverbio adatto al post guerra, non ai giorni nostri, dove di opportunità ce ne sono tante. Chi si accontenta, all’inizio sembra che goda, poi una mattina si alza e manda tutto a quel paese perché non ce la fa più. Perché a furia di abbassare l’asticella dei desideri e a furia di imporsi limiti creati da altri, il lato istintivo da’ di matto. Oppure soccombe e ci si riduce a una vita eccitante e soddisfacente quanto quella di una pianta grassa. Poi ovviamente c’è la questione “ho un mutuo, ho dei figli”. Certamente, l’idea non è mollare tutto e fregarsene, le scelte vanno ponderate e calcolate, specie se ci sono altre persone coinvolte. Ma questo non significa rimanere immobili, bensì trovare la strada migliore per fare il cambiamento che vogliamo. Magari significherà metterci del tempo in più o fare qualche sforzo aggiuntivo, ma una volta raggiunto l’obiettivo, siamo talmente contenti che tutto questo passa in secondo piano. E poi, vogliamo considerare la lezione che diamo ai nostri figli? Insegnare loro – con l’esempio vivente – che la vita è una: bisogna realizzare i nostri progetti, fare della nostra esistenza il capolavoro che meritiamo, non vivere da piante grasse. Perchè loro faranno lo stesso quando saranno grandi. Genitori impauriti e senza spinta non crescono figli coraggiosi e motivati. A meno che questi figli non abbiano la fortuna di incontrare dei mentori che gli facciano prendere una nuova direzione. Però alla fine dei conti, è sempre l’esempio del genitore quello più forte e importante. E allora, smettiamola di dire “soffriamo in silenzio pur di portare uno stipendio a casa” “eh ma c’è la crisi” “non ci riesco, non si può fare” “purtroppo siamo in Italia”.

Queste sono scuse.

C’è chi cresce, realizza progetti, cambia la sua vita, è ottimista e propositivo nonostante tutto. Perchè quello che otteniamo nella vita non è altro che lo specchio di quello che pensiamo. Se pensiamo nero, otteniamo scenari bui. Vivere di speranze e lamenti non porta risultati. Viviamo di azioni, di quello che possiamo fare ogni giorno per costruire la vita che vogliamo, tirandoci su le maniche e stampandoci un bel sorriso in faccia. Ognuno di noi è parte dell’economia di questo Paese, e se ognuno di noi decide oggi che vuole ripartire alla grande, la crisi è davvero finita. Vuoi migliorare qualcosa nella tua vita lavorativa? Vuoi dare una nuova spinta al tuo team e alla tua azienda? Credi anche tu che i risultati si ottengano davvero solo se si lavora al meglio? La tua risposta? Si chiama Business Coaching.

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