[su_heading]”Ma non riuscirai mai”, “Fidati, te lo dico io”, “Eh lo so, ma lei è così”, “So io cosa devi fare”… e ancora fiumi di parole. [/su_heading]

Quante volte abbiamo sentito una di queste frasi?

Quante volte ce le hanno dette?

Il professore tra i banchi di scuola, il proprio datore di lavoro e a volte, anche, qualche amico… Ognuno di loro pronto a dire la propria verità, il proprio modo di vedere le cose, il proprio sentire. Molte di queste volte, le parole di “chi ne sa di più” sono finalizzate al nostro bene e a far si che possiamo ottenere il meglio per noi stessi.zona_di_confort_coaching_very_personal_consulting

Ma è proprio di queste parole che abbiamo bisogno per andare un po’ più in là? Per cambiare? Per crescere? Per superarci?

Sicuramente avere un guscio di protezione o qualcuno che semplicemente ci indica qual è la strada da intraprendere, il cosa è meglio fare, rende tutto più semplice, rassicurante, insomma, sai già dove stai andando e anche se fa male, se quelle parole danno fastidio, se si vede tutto nero, si sostiene di avere la certezza di quello che sarà e per paura del cambiamento, del “mai lasciare la strada vecchia per quella nuova”, si lascia tutto come deve andare. Dove niente potrà cambiare, perché “abbiamo sempre fatto così”. Insomma, ci si ritrova intrappolati nella propria zona di comfort, che tra abitudini e sicurezza del “si sa come va a finire”, non lascia spazio alla fantasia e ai cambiamenti improvvisi, bloccati tra i vorrei e i non posso. Una fase in cui si rimane intrappolati nella propria zona di comfort, nelle sabbie mobili, dove il tempo passa di fianco e nonostante sia il proprio tempo, non si riesce a fare ciò che si vuole, non si riesce a prenderlo e decidere per il proprio bene. Come i Dubliners, cari a Joyce, bloccati, paralizzati dal cambiamento, con i sogni a metà.

[su_pullquote]Ma cosa c’è oltre alla zona di comfort?[/su_pullquote]

Questo Erica lo sa molto bene. A diciott’anni si è trovata in Irlanda per tre mesi. Spaventata, l’incertezza del domani era la sua certezza, timorosa di quello che sarebbe potuto accadere, memore di quelle parole che le sono state dette. Nonostante tutto però, a differenza dei Dubliners, lei a Dublino prima e sotto l’intero cielo d’Irlanda poi, aveva con sé una valigia piena di sogni, pagine bianche da riempire di parole e foto da incollare, pronta ad andare un passo più in là. Erica era spensierata, era uscita dalla sua zona di comfort, aveva reso il viaggiare, il vivere il mondo, parte di sé stessa. Oltre a sapere ciò che l’aspettava quando tornava a casa ed apriva quella porta, sapeva anche cosa l’aspettava ogni volta che chiudeva quella porta. E non aveva più paura. Da quel cielo d’Irlanda non ha più smesso di viaggiare. Ogni giorno l’aspettava un nuovo viaggio, riattivandosi a fare mille chilometri no stop solo per vedere l’alba nello Stretto di Gibilterra.

È finita qua? Assolutamente no. Erica ha ventidue anni. Ancora una volta Erica supera la sua zona di comfort e si imbatte nuovamente in ciò che non conosce; il mondo dell’editoria. Con determinazione, caparbietà e volontà scrive nero su bianco la sua storia nel suo “Portami con te”. Scrive le sue emozioni, i suoi viaggi, le sue persone. Ancora una volta sente l’emozione del primo viaggio, alla scoperta di un mondo nuovo. Ancora una volta la sua compagna è l’incertezza e ancora una volta la sua forza per andare avanti sono i suoi sogni, diventati obiettivi.

D’altronde, i limiti sono imposti da noi stessi. In qualsiasi momento lo si desidera si può scegliere di uscire dalla propria zona di comfort e andare oltre, alla scoperta del qualcosa in più e prendendo in mano la propria vita ed essendone noi stessi gli artefici.