Un racconto di uno dei più grandi Autori del Novecento Dino Buzzati, “I giorni perduti”, tratto dalla raccolta Cent’ottanta racconti.

La visione e il significato che ognuno può dare dal racconto è ampia e personale. L’autore in questo ha voluto stare in disparte nella narrazione, per dare libera interpretazione attraverso le parole usate.

Lascio a voi la chiave di lettura in quanto ognuno attraverso le proprie esperienze e mappa del mondo prenderà il significato più appropriato e giusto per lui.

Buona lettura!


Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernst Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa su di un camion.

Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone.

RACCONTO_BUZZATIKazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel botro; che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali.

Si avvicinò all’uomo e gli chiese: – Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?

Quello lo guardò e sorrise:- ne ho ancora sul camion, da buttare.

No sa ? sono i giorni.

-che giorni?

-I giorni tuoi.

-I miei giorni?

-I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, infatti, ancora gonfi. E adesso?

Kazirra guardò. Formarono un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno.

C’era dentro una strada d’autunno, e in fondo Graziella, la sua fidanzata, che se ne andava per sempre. E lui neppure la chiamava.

Ne aprì un secondo. C’era una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari.

Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duk, il fedele mastino, che lo attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa.

E lui non si sognava di tornare.

Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco.

Lo scaricatore stava diritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.

-Signore!- gridò Kazzira. – Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.

Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva.

Dino Buzzati, I giorni perduti, in Centottanta racconti.