Questo non è un articolo. Questa è una storia realmente accaduta. Parliamo tanto di resilienza, di risalire in sella dopo che hai preso un calcio nel sedere e sei caduto, del “non abbattersi mai”, dell’andare avanti, del mantenere il focus, del gestire il proprio stato d’animo e del non lasciarsi andare.

Quando noi di Very Personal Consulting siamo in azienda a fare training e coaching, che sia con responsabili, collaboratori o manager, una delle cose che facciamo spesso e sulla quale puntiamo molto, è la gestione dello stato d’animo. Noi diciamo che non sono le situazioni esterne o i comportamenti delle persone che ci fanno provare una determinata emozione/sensazione, ma è la risposta che noi diamo a quell’evento. Ora, potrei dilungarmi e scrivere la nuova divina commedia sulla gestione dello stato d’animo per farvi capire cosa intendo esattamente, ma non credo che abbiate il tempo di leggere così tanto … e poi la Community manager di Very Personal Consulting mi redarguirebbe se dovessi scrivere troppo, uscendo dalle linee guida redazionali.

Tornando a noi, qualche domenica fa ero in quel di Mestre con una trentina di allenatori della Federazione Italiana di Pallavolo, comitato provinciale di Venezia. Ero lì per tenere quattro ore di corso di aggiornamento sulla gestione dell’atleta e del team. Come primo argomento ho introdotto quella che a livello sportivo chiamiamo “Peak Performance” ovvero la massima prestazione raggiungibile. Spiego agli allenatori che, per raggiungerla, un atleta ha bisogno di allenare tre elementi fondamentali:

– Tecnica e tattica

– Fisico

– Allenamento mentale

Solo allenando al top questi tre elementi si può raggiungere la massima prestazione. Per rappresentare la “Peak Performance” a livello visivo, ho preparato una slide (che vi allego) con un triangolo e su ogni lato del triangolo ho scritto: “tecnica e tattica, Fisico e Allenamento Mentale”. Mentre preparavo la slide pensavo:

”Chi posso inserire nel triangolo?

Mmmh! Michael Jordan? Bolt?”.

I campioni erano e sono tanti, ma alla fine, mi sono chiesto:

”Fabri, chi secondo te ha tutti e tre questi elementi?”

E sbaaaaam! In un secondo eccolo li! Il suo bel faccione! Goran Vujević!

Senza titolo1

Perché Goran Vujević? Perché lui? Innanzitutto chi è Goran. Goran è un atleta di pallavolo (come me) Montenegrino, classe 1973, 27 febbraio (come me), numero di maglia 13 (come me), alto 192 cm per 94 Kg, che a Sidney nel 2000 ha vinto l’oro olimpico. L’ORO OLIMPICO!

Mica la coppa del nonno (come me )!

Ora Goran ha 42 anni. Nel 2013, a 40 anni, gli accade ciò che penso un genitore non voglia mai assistere. La morte di suo figlio, il piccolo Stefan di 5 anni.

Sono convinto che per la morte di un figlio, sia più che comprensibile che un genitore si possa “lasciare andare”, che non sia in grado di “mantenere il focus”, di gestire il proprio stato d’animo e di non raggiungere la sua “Peak Performance”.

Ma Goran cosa fa? Goran 6 giorni dopo è in campo a giocare!

A inizio partita non si fa il minuto di silenzio ma IL MINUTO DI RICORDO. Goran è li, in campo, con in braccio sua figlia. Tutto il pubblico, i compagni di squadra e gli avversari ricordano il piccolo Stefan. Goran ridà sua figlia in braccio alla moglie. L’arbitro fischia e s’inizia a giocare. A fine partita, intervistano Goran e gli chiedono “come mai hai giocato?”, “Dove hai trovato la forza?”. La sua risposta è: ”Ho fatto quello che vorrebbe lui, se lui fosse qui adesso. Gli piaceva venire al palazzetto. Gli piaceva tifare. Gli piaceva giocare, quindi, ho fatto quello che era il suo desiderio“.

Goran poteva abbattersi, mollare tutto, deprimersi e invece no. Alla fine, parole sue “la vita continua”. Sicuramente andrà avanti con un dolore grande, ma la vita continua. Di “partite” ce ne saranno tante altre. Quindi, penso che siamo tutti d’accordo che un genitore sarebbe più che giustificato, qualora dovesse lasciarsi andare per la morte di un figlio. Goran non l’ha fatto. Goran, seppur con un immenso dolore, ha continuato a fare quello che lui e suo figlio Stefan amano. Ha continuato ad essere marito, padre, atleta, CAMPIONE! Ha continuato a giocare. E c’è chi dice che la vita è un gioco. A volte duro! A volte le sconfitte ti piegano talmente tanto da chiederti se non è il caso di smettere. Ma i campionati vanno avanti. Le partite verranno comunque giocate. Con o senza di te. Sta a te decidere cosa fare. Non sono le sconfitte che ti piegano. E’ la rappresentazione che dai alla sconfitta.

Caro Goran, tu si che sai cosa vuol dire Peak Performance! E per me, non c’è Michael Jordan, Federer o Cristiano Ronaldo. Il numero 1 sei tu!

Good Mood, Inspired People.

Un abbraccio

Fabrizio