SPORT: professionista o no. Questione di come lo fai.

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Fabrizio, amico e mental coach di Very Personal Consulting, mi ha chiesto se volevo scrivere un articolo prendendo spunto dalla parte finale di un post che ho pubblicato la settimana scorsa su Facebook.
È un post in cui saluto il club di volley austriaco del UVC Graz che, in queste due ultime stagioni, ho allenato e che da poco ho deciso di lasciare per ritornare in Italia.
La parte finale del post è un ringraziamento speciale al giocatore più vecchio del gruppo (ha 34 anni come me). Per 3 anni siamo stati compagni di squadra all’Hypo Tirol Innsbruck, per poi ritorvarci in questa nuova relazione allenatore-giocatore.

Questa la parte finale del post:
“My special gratitude goes to the oldest and most experienced player of the team: Zoltán Mózer. A few years ago we played together in Innsbruck and now I had the honor to coach him.
One morning we were in the fitness studio and he asked me if he could keep his phone on during the training cause his wife was at the hospital about to giving birth to his first son.
That moment I realized that the difference between a professional player and a hobby player is not the level he plays, the money he gets or the time he spends training. The difference lies in the discipline a person has when he steps inside a gym, everyday.”

L’aneddoto raccontato racchiude una grande mentalità, basata sul rispetto e la dedizione.
È la stessa mentalità che porta Mozer a fare, ad ogni allenamento, 30 minuti di esercizi specifici per scaldare la spalla, 15 minuti di stretching finale, un po’ di ricezione alla mattina, anche se abbiamo la mattinata libera, e inoltre chiedermi il permesso di lasciare il telefono acceso durante l’allenamento perché la moglie potrebbe partorire da un momento all’altro!

Apro una parentesi per me importante.

Non mi aspetto che un 20enne abbia la sua stessa mentalità! Ho notato che quando si invecchia si dice spesso: “perché quando ero giovane io… “.
Quando si incomincia una frase con queste parole, il luogo comune infondato incombe sulle nostre bocche. Ci auto-convinciamo che i giovani non sono più i giovani di una volta e che adesso hanno delle idee distorte sulla vita.
I giovani non credo siano cambiati dai giovani di 20, 30, 40 anni fa. Siamo noi stessi che cambiamo e continueremo a cambiare nel futuro.

Personalmente non mi aspetto che un giocatore giovane a fine allenamento si metta a fare stretching o mi chieda di fare una serie in più in ricezione. Più che altro mi aspetto che per ispirarlo, ricordarglielo o obbligarlo ci siano gli allenatori come me e i giocatori esperti come Mozer.
In questi due anni da allenatore ho realizzato quante situazioni, idee e comportamenti ho assorbito dai tanti atleti con cui ho avuto la fortuna di giocare quando ero più giovane.

La chiave del mio post di ringraziamento su Facebook e’ qui: i giocatori più anziani sono un patrimonio, perché detentori di un modello che i giovani inconsciamente assimilano.

Nello stesso post parlo di differenza tra professionista e amatore.
In realtà è proprio in Austria che ho notato come si tende a dover etichettare un club o un giocatore come profi” o “hobby player”. Mi ricordo una partita in casa persa con una delle due squadre più forti del campionato. A fine partita, immediatamente il nostro speaker precisò al microfono che, comunque, gli altri erano una squadra professionista e noi no.
Perche loro sono professionisti e noi no?
Perché loro hanno 10 stranieri e noi solo uno?
Perché loro “fanno solo questo nella vita” e i miei giocatori vanno anche all’università?
E’ quindi il passaporto, 1000 euro in più al mese o quello che fai durante la giornata a fare la differenza tra essere un professionista o un amatore? Non credo!

Il “vero professionista” non si domanda se “è un professionista o un amatore” perché non è interessato al suo “stato sociale”, non gli interessa come lo considerano gli altri, a che livello gioca o se sta guadagnando dei soldi o li sta spendendo per poter giocare.
E’ interessato a migliorarsi, alla performance e a raggiungere un risultato.

Quindi conta quanto impegno ci metti e dove vuoi arrivare rispetto a dove sei in quel momento.

Voler sempre precisare che si fa sport per hobby ha un retrogusto di alibi. Sembra che si voglia avere la scusa per quando i risultati non arrivano. Ma scusarsi con chi?!

Un giocatore che smette di giudicarsi è un giocatore migliore.

Lo stesso discorso vale anche al contrario, cioè che se una persona ha studiato/dimostrato/fatto ed avuto quindi successo nella vita, tutto ciò conta ed ha sicuramente un valore che va riconosciuto. Questo però non deve essere un punto di arrivo, ma anzi un trampolino per nuovi traguardi da raggiungere, o meglio ri-raggiungere.

E allora, sportivamente parlando, non conta molto quello che hai fatto in passato, ma conta come entri in palestra quel giorno, perché poi, ogni settimana, c’e una nuova partita e non “una nuova partita” in senso metaforico. Ogni sabato arriva veramente una nuova squadra che gioca contro la tua e se dall’altra parte della rete trovi gente che se ne frega del tuo passaporto, di quanto guadagni, di quello che hai vinto e non dimostri un’altra volta chi sei proprio in quel momento, rischi che i 3 punti a casa non li porti.

Claudio Carletti

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