lavoro remoto

Blended Workforce: dal lavoro ibrido al lavoro aumentato

Blended Workforce: dal lavoro ibrido al lavoro aumentato

lavoro remoto

Blended Workforce: dal lavoro ibrido al lavoro aumentato

lavoro remoto

Blended Workforce: dal lavoro ibrido al lavoro aumentato

News

Risorse umane

Corporate

Ascolta l'articolo

Ascolta l'articolo

Nel 2026 il lavoro non è più frammentato, ma mescolato. Oggi le aziende operano in ecosistemi dove personale full-time, part-time, collaboratori occasionali e colleghi artificiali con diversi livelli di autonomia lavorano fianco a fianco per generare valore: nasce così la Blended Workforce.

Nel 2026 il lavoro non è più frammentato, ma mescolato. Oggi le aziende operano in ecosistemi dove personale full-time, part-time, collaboratori occasionali e colleghi artificiali con diversi livelli di autonomia lavorano fianco a fianco per generare valore: nasce così la Blended Workforce.

Nel 2026 il lavoro non va più "gestito". Va ricalibrato in modo intenzionale.

Persone e organizzazioni stanno attraversando una fase di collisione tra due mondi:

quello veloce, fomentato dall’hype e dalla corsa al futuro, e quello lento, in cui si decide dove ha senso investire e cosa merita dei tempi di cottura adeguati per non finire bolliti.

Il termine, nato per descrivere il progressivo manifestarsi di una forza lavoro mista (full-time, part-time, gig workers) all’interno delle organizzazioni, oggi si estende anche all’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi.  
Questa evoluzione è accelerata tanto dalla spinta tecnologica quanto da una pressione culturale: la paura di restare indietro e l’ottimismo sull’ottenere risultati immediati contenendo i costi sta portando le organizzazioni ad adottare l’AI in modo rapido e spesso non strutturato. 


In questo scenario, la velocità è diventata il principale indicatore di performance, ma la cultura aziendale rischia di deteriorarsi sotto il peso di cambiamenti continui. 


Aziende e persone si trovano perciò a dover affrontare un problema di capacità (capability) e non di volume (headcount): il valore non risiede più nel numero dei lavoratori che compongono un’organizzazione (o nella quantità di strumenti a disposizione per “aumentare” il proprio lavoro), ma nella capacità di coordinarli.  


Il termine, nato per descrivere il progressivo manifestarsi di una forza lavoro mista (full-time, part-time, gig workers) all’interno delle organizzazioni, oggi si estende anche all’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi.  
Questa evoluzione è accelerata tanto dalla spinta tecnologica quanto da una pressione culturale: la paura di restare indietro e l’ottimismo sull’ottenere risultati immediati contenendo i costi sta portando le organizzazioni ad adottare l’AI in modo rapido e spesso non strutturato. 


In questo scenario, la velocità è diventata il principale indicatore di performance, ma la cultura aziendale rischia di deteriorarsi sotto il peso di cambiamenti continui. 


Aziende e persone si trovano perciò a dover affrontare un problema di capacità (capability) e non di volume (headcount): il valore non risiede più nel numero dei lavoratori che compongono un’organizzazione (o nella quantità di strumenti a disposizione per “aumentare” il proprio lavoro), ma nella capacità di coordinarli.  


Il termine, nato per descrivere il progressivo manifestarsi di una forza lavoro mista (full-time, part-time, gig workers) all’interno delle organizzazioni, oggi si estende anche all’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi.  
Questa evoluzione è accelerata tanto dalla spinta tecnologica quanto da una pressione culturale: la paura di restare indietro e l’ottimismo sull’ottenere risultati immediati contenendo i costi sta portando le organizzazioni ad adottare l’AI in modo rapido e spesso non strutturato. 


In questo scenario, la velocità è diventata il principale indicatore di performance, ma la cultura aziendale rischia di deteriorarsi sotto il peso di cambiamenti continui. 


Aziende e persone si trovano perciò a dover affrontare un problema di capacità (capability) e non di volume (headcount): il valore non risiede più nel numero dei lavoratori che compongono un’organizzazione (o nella quantità di strumenti a disposizione per “aumentare” il proprio lavoro), ma nella capacità di coordinarli.  


Il termine, nato per descrivere il progressivo manifestarsi di una forza lavoro mista (full-time, part-time, gig workers) all’interno delle organizzazioni, oggi si estende anche all’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi.  
Questa evoluzione è accelerata tanto dalla spinta tecnologica quanto da una pressione culturale: la paura di restare indietro e l’ottimismo sull’ottenere risultati immediati contenendo i costi sta portando le organizzazioni ad adottare l’AI in modo rapido e spesso non strutturato. 


In questo scenario, la velocità è diventata il principale indicatore di performance, ma la cultura aziendale rischia di deteriorarsi sotto il peso di cambiamenti continui. 


Aziende e persone si trovano perciò a dover affrontare un problema di capacità (capability) e non di volume (headcount): il valore non risiede più nel numero dei lavoratori che compongono un’organizzazione (o nella quantità di strumenti a disposizione per “aumentare” il proprio lavoro), ma nella capacità di coordinarli.  


Gli Ingredienti del Piatto: I 5 Trend della Blended Workforce

Gli Ingredienti del Piatto: I 5 Trend della Blended Workforce

Gli Ingredienti del Piatto: I 5 Trend della Blended Workforce

Per fare sì che il nostro “blend” organizzativo si avvicini sempre più a un elisir e non a un caotico frullato, occorre saper bilanciare cinque ingredienti fondamentali. 


Non si tratta di tendenze isolate, ma di segnali interconnessi da dosare con la maestria di un mixologist, perché una Blended Workforce può diventare un moltiplicatore di valore, oppure un sistema caotico che consuma energia senza generare risultati. 


Per fare sì che il nostro “blend” organizzativo si avvicini sempre più a un elisir e non a un caotico frullato, occorre saper bilanciare cinque ingredienti fondamentali. 


Non si tratta di tendenze isolate, ma di segnali interconnessi da dosare con la maestria di un mixologist, perché una Blended Workforce può diventare un moltiplicatore di valore, oppure un sistema caotico che consuma energia senza generare risultati. 


Per fare sì che il nostro “blend” organizzativo si avvicini sempre più a un elisir e non a un caotico frullato, occorre saper bilanciare cinque ingredienti fondamentali. 


Non si tratta di tendenze isolate, ma di segnali interconnessi da dosare con la maestria di un mixologist, perché una Blended Workforce può diventare un moltiplicatore di valore, oppure un sistema caotico che consuma energia senza generare risultati. 


1 - PRODUTTIVITÀ: VIBE WORKING

1 - PRODUTTIVITÀ: VIBE WORKING

1 - PRODUTTIVITÀ: VIBE WORKING

Nel 2026 l’AI è diventata parte integrante del lavoro quotidiano, ridisegnando il nostro modo di lavorare e il concetto stesso di produttività. 
 
Il termine Vibe Working, introdotto da Microsoft e ripreso più recentemente da Anthropic, descrive perfettamente questo cambio di paradigma: le persone non usano più l’AI come uno strumento, ma lavorano al suo fianco come se fosse un collega.  
 

Questa coesistenza strutturata tra esseri umani e colleghi artificiali, sposta progressivamente il focus dalle competenze tecniche alla capacità di “lavorare con l’AI”: dal compito al processo, dal tempo impiegato al valore complessivo generato, dalle competenze alle meta-competenze.  


Le organizzazioni, soprattutto quelle meno strutturate, devono essere brave a identificare nuovi modi per misurare questa “produttività aumentata”, senza scambiare l’adozione dell’intelligenza artificiale con un reale miglioramento del lavoro.  
Senza una governance chiara, l’AI può amplificare il rumore invece del valore. 


Nel 2026 l’AI è diventata parte integrante del lavoro quotidiano, ridisegnando il nostro modo di lavorare e il concetto stesso di produttività. 
 
Il termine Vibe Working, introdotto da Microsoft e ripreso più recentemente da Anthropic, descrive perfettamente questo cambio di paradigma: le persone non usano più l’AI come uno strumento, ma lavorano al suo fianco come se fosse un collega.  
 

Questa coesistenza strutturata tra esseri umani e colleghi artificiali, sposta progressivamente il focus dalle competenze tecniche alla capacità di “lavorare con l’AI”: dal compito al processo, dal tempo impiegato al valore complessivo generato, dalle competenze alle meta-competenze.  


Le organizzazioni, soprattutto quelle meno strutturate, devono essere brave a identificare nuovi modi per misurare questa “produttività aumentata”, senza scambiare l’adozione dell’intelligenza artificiale con un reale miglioramento del lavoro.  
Senza una governance chiara, l’AI può amplificare il rumore invece del valore. 


Se il lavoro non è più un “posto da occupare”, cosa dà ancora appartenenza a una persona?


I dati mostrano che le leve non sono saturate da benefit materiali o da routine formali: è l’esperienza condivisa di senso a definire l’attaccamento all’organizzazione


Secondo il medesimo report Randstad, quasi 9 lavoratori su 10 ritengono che un senso condiviso di comunità migliori benessere e rendimento. Un indicatore forte che il lavoro “come luogo” conta meno del come ci si sente parte di un progetto collettivo.  


Per gli HR, questa evidenza trasforma un imperativo culturale in una priorità strategica: non si tratta soltanto di implementare modelli organizzativi flessibili, ma di costruire spazi organizzativi che generino significato condiviso


2- ADATTABILITÀ: AI PROOFING

2- ADATTABILITÀ: AI PROOFING

2- ADATTABILITÀ: AI PROOFING

L’AI Proofing è la strategia di adattamento con cui lavoratori e organizzazioni cercano di rendersi “a prova di AI”. 
Non si tratta solo di adottare nuove tecnologie, ma di riposizionarsi in un mercato dove il valore del lavoro è sempre più incerto. 
 
I neolaureati, di fronte a un mercato delle assunzioni rallentato al punto da sembrare “congelato”, iniziano a orientarsi su settori dove l’AI sembra avere un impatto minore; chi ha già un lavoro investe autonomamente in reskilling per restare competitivo: fioccano micro-certificazioni, partecipazioni ad hackaton e seminari lampo pronti ad attestare il nostro livello di AI fluency.  
 
Le aziende contribuiscono a questa “apocalissi lavorativa” (Jobpocalypse) in vario modo:  
- aspettandosi aumenti consistenti di produttività dei dipendenti perché “ora usano l’AI”;  
- alzando i requisiti anche per ruoli junior, particolarmente nel settore tecnologico,  mentre le posizioni si riducono
- trovandosi a valutare, nella maggior parte dei casi, se non sia meglio assumere un AI al posto di una persona;  
- pubblicando annunci per posizioni non ancora definite o da implementare in un prossimo futuro (ghost jobs), solo per costruire pipeline o per far vedere a competitor e stakeholders che “stanno crescendo”. 


Il risultato è un mercato del lavoro più competitivo, più incerto e molto meno leggibile, dove la capacità di navigare il cambiamento è fondamentale per evitare di perdere risorse economiche e umane.


L’AI Proofing è la strategia di adattamento con cui lavoratori e organizzazioni cercano di rendersi “a prova di AI”. 
Non si tratta solo di adottare nuove tecnologie, ma di riposizionarsi in un mercato dove il valore del lavoro è sempre più incerto. 
 
I neolaureati, di fronte a un mercato delle assunzioni rallentato al punto da sembrare “congelato”, iniziano a orientarsi su settori dove l’AI sembra avere un impatto minore; chi ha già un lavoro investe autonomamente in reskilling per restare competitivo: fioccano micro-certificazioni, partecipazioni ad hackaton e seminari lampo pronti ad attestare il nostro livello di AI fluency.  
 
Le aziende contribuiscono a questa “apocalissi lavorativa” (Jobpocalypse) in vario modo:  
- aspettandosi aumenti consistenti di produttività dei dipendenti perché “ora usano l’AI”;  
- alzando i requisiti anche per ruoli junior, particolarmente nel settore tecnologico,  mentre le posizioni si riducono
- trovandosi a valutare, nella maggior parte dei casi, se non sia meglio assumere un AI al posto di una persona;  
- pubblicando annunci per posizioni non ancora definite o da implementare in un prossimo futuro (ghost jobs), solo per costruire pipeline o per far vedere a competitor e stakeholders che “stanno crescendo”. 


Il risultato è un mercato del lavoro più competitivo, più incerto e molto meno leggibile, dove la capacità di navigare il cambiamento è fondamentale per evitare di perdere risorse economiche e umane.


L’AI Proofing è la strategia di adattamento con cui lavoratori e organizzazioni cercano di rendersi “a prova di AI”. 
Non si tratta solo di adottare nuove tecnologie, ma di riposizionarsi in un mercato dove il valore del lavoro è sempre più incerto. 
 
I neolaureati, di fronte a un mercato delle assunzioni rallentato al punto da sembrare “congelato”, iniziano a orientarsi su settori dove l’AI sembra avere un impatto minore; chi ha già un lavoro investe autonomamente in reskilling per restare competitivo: fioccano micro-certificazioni, partecipazioni ad hackaton e seminari lampo pronti ad attestare il nostro livello di AI fluency.  
 
Le aziende contribuiscono a questa “apocalissi lavorativa” (Jobpocalypse) in vario modo:  
- aspettandosi aumenti consistenti di produttività dei dipendenti perché “ora usano l’AI”;  
- alzando i requisiti anche per ruoli junior, particolarmente nel settore tecnologico,  mentre le posizioni si riducono
- trovandosi a valutare, nella maggior parte dei casi, se non sia meglio assumere un AI al posto di una persona;  
- pubblicando annunci per posizioni non ancora definite o da implementare in un prossimo futuro (ghost jobs), solo per costruire pipeline o per far vedere a competitor e stakeholders che “stanno crescendo”. 


Il risultato è un mercato del lavoro più competitivo, più incerto e molto meno leggibile, dove la capacità di navigare il cambiamento è fondamentale per evitare di perdere risorse economiche e umane.


3. AUTONOMIA: THE GREAT FLATTENING

3. AUTONOMIA: THE GREAT FLATTENING

3. AUTONOMIA: THE GREAT FLATTENING

Il Great Flattening descrive il passaggio da organizzazioni multilivello a strutture sempre più dirette all’esecuzione (Direct-to-Execution), in cui il coordinamento umano viene progressivamente sostituito da sistemi AI per ridurre i costi e aumentare la velocità decisionale.  
 
Questa tendenza sta raggiungendo il suo punto apicale. Con l'AI che elimina la necessità di coordinamento umano per i task routinari e la necessità di restare agili in situazioni di incertezza, sempre più aziende iniziano a seguire l’esempio delle big corporation riducendo i livelli gerarchici intermedi, eliminando passaggi e semplificando le strutture. 


Anche la forza lavoro sembra allinearsi a questo cambiamento: fenomeni come il Conscious Unbossing mostrano come i ruoli di middle management siano sempre meno desiderabili, complice anche la crescente compressione salariale, che continua a ridurre il divario tra livelli senior e junior. Per evitare di perdere talenti, le organizzazioni spingono verso una maggiore autonomia individuale, ma spesso senza chiedersi se le persone abbiano davvero le competenze per gestirla. 


I ruoli più sotto pressione sono proprio i middle manager: da sempre collante tra strategia ed esecuzione, vengono ridotti, trasformati o sovraccaricati. Alcuni evolvono verso nuovi ruoli di orchestrazione e gestione dei processi (come il Talent Gardener), altri diventano “mega-manager”, con sempre più persone da coordinare e un rischio crescente di burnout. 

Una struttura più snella può essere anche più fragile: il rischio di questa trasformazione è che una semplificazione senza visione a lungo termine sfoci in disallineamento e perdita di coordinamento, alimentando paradossalmente il caos organizzativo che si voleva ridurre.


Il Great Flattening descrive il passaggio da organizzazioni multilivello a strutture sempre più dirette all’esecuzione (Direct-to-Execution), in cui il coordinamento umano viene progressivamente sostituito da sistemi AI per ridurre i costi e aumentare la velocità decisionale.  
 
Questa tendenza sta raggiungendo il suo punto apicale. Con l'AI che elimina la necessità di coordinamento umano per i task routinari e la necessità di restare agili in situazioni di incertezza, sempre più aziende iniziano a seguire l’esempio delle big corporation riducendo i livelli gerarchici intermedi, eliminando passaggi e semplificando le strutture. 


Anche la forza lavoro sembra allinearsi a questo cambiamento: fenomeni come il Conscious Unbossing mostrano come i ruoli di middle management siano sempre meno desiderabili, complice anche la crescente compressione salariale, che continua a ridurre il divario tra livelli senior e junior. Per evitare di perdere talenti, le organizzazioni spingono verso una maggiore autonomia individuale, ma spesso senza chiedersi se le persone abbiano davvero le competenze per gestirla. 


I ruoli più sotto pressione sono proprio i middle manager: da sempre collante tra strategia ed esecuzione, vengono ridotti, trasformati o sovraccaricati. Alcuni evolvono verso nuovi ruoli di orchestrazione e gestione dei processi (come il Talent Gardener), altri diventano “mega-manager”, con sempre più persone da coordinare e un rischio crescente di burnout. 

Una struttura più snella può essere anche più fragile: il rischio di questa trasformazione è che una semplificazione senza visione a lungo termine sfoci in disallineamento e perdita di coordinamento, alimentando paradossalmente il caos organizzativo che si voleva ridurre.


Il Great Flattening descrive il passaggio da organizzazioni multilivello a strutture sempre più dirette all’esecuzione (Direct-to-Execution), in cui il coordinamento umano viene progressivamente sostituito da sistemi AI per ridurre i costi e aumentare la velocità decisionale.  
 
Questa tendenza sta raggiungendo il suo punto apicale. Con l'AI che elimina la necessità di coordinamento umano per i task routinari e la necessità di restare agili in situazioni di incertezza, sempre più aziende iniziano a seguire l’esempio delle big corporation riducendo i livelli gerarchici intermedi, eliminando passaggi e semplificando le strutture. 


Anche la forza lavoro sembra allinearsi a questo cambiamento: fenomeni come il Conscious Unbossing mostrano come i ruoli di middle management siano sempre meno desiderabili, complice anche la crescente compressione salariale, che continua a ridurre il divario tra livelli senior e junior. Per evitare di perdere talenti, le organizzazioni spingono verso una maggiore autonomia individuale, ma spesso senza chiedersi se le persone abbiano davvero le competenze per gestirla. 


I ruoli più sotto pressione sono proprio i middle manager: da sempre collante tra strategia ed esecuzione, vengono ridotti, trasformati o sovraccaricati. Alcuni evolvono verso nuovi ruoli di orchestrazione e gestione dei processi (come il Talent Gardener), altri diventano “mega-manager”, con sempre più persone da coordinare e un rischio crescente di burnout. 

Una struttura più snella può essere anche più fragile: il rischio di questa trasformazione è che una semplificazione senza visione a lungo termine sfoci in disallineamento e perdita di coordinamento, alimentando paradossalmente il caos organizzativo che si voleva ridurre.


4. SICUREZZA: JOB HUGGING

4. SICUREZZA: JOB HUGGING

4. SICUREZZA: JOB HUGGING

Immersi in un clima di costante incertezza, in cui potrebbero essere i prossimi ad essere tagliati via o sostituiti, molti lavoratori adottano pratiche difensive e accondiscendenti pur di “restare in piedi”.  
Il Job Hugging (letteralmente “abbracciare il lavoro”) è  la tendenza dei lavoratori a rimanere ancorati alla propria posizione, anche in presenza di insoddisfazione o disallineamento con i propri valori e aspirazioni. 


 I dati confermano questa dinamica: Glassdoor WorkLife Trends 2026 parla esplicitamente di Acceptance of Offerings, avvertendo che le persone tenderanno ad accettare qualsiasi offerta di lavoro gli capiti, anche se non collima con le proprie competenze o i propri valori; MyPerfectResume parla invece di “Great Compliance” (grande conformismo), segnalando che i lavoratori stanno accettando condizioni che prima consideravano "non negoziabili”. Secondo la piattaforma, solo un anno fa il 51% degli intervistati dichiarava che si sarebbe licenziato piuttosto che accettare un rientro in ufficio non negoziabile. Oggi quella percentuale è scesa al 7%. 


In Italia lo scenario è simile: la terza edizione del Global Talent Barometer di Manpower Group ci dice che circa il 67% dei professionisti italiani prevede di restare con lo stesso datore di lavoro nei prossimi mesi, mentre il 62% continua comunque a monitorare il mercato. 
 
Questa nuova ricerca della stabilità ha i suoi risvolti negativi: nei prossimi due anni molte persone potrebbero restare “bloccate” in ruoli che non sentono più propri, per paura o per necessità, creando colli di bottiglia organizzativi e alimentando una crisi di engagement già in atto.


Immersi in un clima di costante incertezza, in cui potrebbero essere i prossimi ad essere tagliati via o sostituiti, molti lavoratori adottano pratiche difensive e accondiscendenti pur di “restare in piedi”.  
Il Job Hugging (letteralmente “abbracciare il lavoro”) è  la tendenza dei lavoratori a rimanere ancorati alla propria posizione, anche in presenza di insoddisfazione o disallineamento con i propri valori e aspirazioni. 


 I dati confermano questa dinamica: Glassdoor WorkLife Trends 2026 parla esplicitamente di Acceptance of Offerings, avvertendo che le persone tenderanno ad accettare qualsiasi offerta di lavoro gli capiti, anche se non collima con le proprie competenze o i propri valori; MyPerfectResume parla invece di “Great Compliance” (grande conformismo), segnalando che i lavoratori stanno accettando condizioni che prima consideravano "non negoziabili”. Secondo la piattaforma, solo un anno fa il 51% degli intervistati dichiarava che si sarebbe licenziato piuttosto che accettare un rientro in ufficio non negoziabile. Oggi quella percentuale è scesa al 7%. 


In Italia lo scenario è simile: la terza edizione del Global Talent Barometer di Manpower Group ci dice che circa il 67% dei professionisti italiani prevede di restare con lo stesso datore di lavoro nei prossimi mesi, mentre il 62% continua comunque a monitorare il mercato. 
 
Questa nuova ricerca della stabilità ha i suoi risvolti negativi: nei prossimi due anni molte persone potrebbero restare “bloccate” in ruoli che non sentono più propri, per paura o per necessità, creando colli di bottiglia organizzativi e alimentando una crisi di engagement già in atto.


Immersi in un clima di costante incertezza, in cui potrebbero essere i prossimi ad essere tagliati via o sostituiti, molti lavoratori adottano pratiche difensive e accondiscendenti pur di “restare in piedi”.  
Il Job Hugging (letteralmente “abbracciare il lavoro”) è  la tendenza dei lavoratori a rimanere ancorati alla propria posizione, anche in presenza di insoddisfazione o disallineamento con i propri valori e aspirazioni. 


 I dati confermano questa dinamica: Glassdoor WorkLife Trends 2026 parla esplicitamente di Acceptance of Offerings, avvertendo che le persone tenderanno ad accettare qualsiasi offerta di lavoro gli capiti, anche se non collima con le proprie competenze o i propri valori; MyPerfectResume parla invece di “Great Compliance” (grande conformismo), segnalando che i lavoratori stanno accettando condizioni che prima consideravano "non negoziabili”. Secondo la piattaforma, solo un anno fa il 51% degli intervistati dichiarava che si sarebbe licenziato piuttosto che accettare un rientro in ufficio non negoziabile. Oggi quella percentuale è scesa al 7%. 


In Italia lo scenario è simile: la terza edizione del Global Talent Barometer di Manpower Group ci dice che circa il 67% dei professionisti italiani prevede di restare con lo stesso datore di lavoro nei prossimi mesi, mentre il 62% continua comunque a monitorare il mercato. 
 
Questa nuova ricerca della stabilità ha i suoi risvolti negativi: nei prossimi due anni molte persone potrebbero restare “bloccate” in ruoli che non sentono più propri, per paura o per necessità, creando colli di bottiglia organizzativi e alimentando una crisi di engagement già in atto.


5. FIDUCIA: CULTURE ROT

5. FIDUCIA: CULTURE ROT

5. FIDUCIA: CULTURE ROT


Abbiamo già visto nello scenario Human Reset quanto i lavoratori del 2026 sono profondamente scettici. Dopo la Great Resignation, molti hanno perso potere contrattuale e percepiscono decisioni come il ritorno forzato in ufficio (RTO) o l’adozione dell’AI come scelte calate dall’alto, spesso contro i propri interessi. 


Queste sensazioni sono alimentate dalla percezione che il lavoro stia diventando una performance. 


Le persone, per assicurarsi spendibilità e sopravvivenza, curano il proprio “personaggio professionale”: networking costante, contenuti su LinkedIn, narrazioni patinate della corporate life mascherano un senso di isolamento e la costante paura di “perdere posizioni”; le organizzazioni parlano di “snellire” invece che di licenziare, promuovono modelli ibridi mentre aumentano le giornate in presenza, chiamano “flessibilità” orari sempre più estesi.  
Questo divario tra valori dichiarati e pratiche reali viene definito da Gartner dissonanza culturale.  
 
Il Culture Rot (marciume culturale) rappresenta la deriva inesorabile di questo disallineamento: non più solo incoerenza, ma vero e proprio deterioramento. 
Nato come “buzzword” volta a indicare il progressivo peggioramento della qualità della cultura negli ultimi anni, nel 2026 il Culture Rot entra nel mondo del lavoro, descrivendo il processo insidioso e lento che porta un ambiente professionale apparentemente sano a deteriorarsi dall'interno, spesso nell'indifferenza generale.  


Quando la dissonanza non viene affrontata per molto tempo, i valori diventano facciata, e le persone reagiscono con ironia o con distacco per evitare di rimanere “professionalmente deluse”: parodiano il linguaggio aziendale, svuotano di significato rituali e pratiche, prendono le distanze, si concentrano sul “fare del proprio meglio, ma per sé stesse”.  


La cultura inizia a marcire, compromettendo la produttività e cancellando le poche ambizioni rimaste.  
 
In sintesi: la Blended Workforce descrive un mondo del lavoro dove la fluidità cerca di trovare spazio all’interno di strutture che necessitano di essere ripensate dalle basi, e non a partire dai singoli processi o progetti. 


In questo scenario, le organizzazioni appaiono come "Aziende-Piattaforma" costantemente in tensione: da un lato la spinta dell'IA verso l'efficienza pura, dall'altro una forza lavoro che spesso si "aggrappa" al ruolo per paura, rischiando però di stagnare e perdere motivazione nel lungo periodo.  
In tutto questo, il concetto di performance continua ad assomigliare sempre più a una pièce teatrale che a un risultato tangibile, dove si fa una fatica enorme a distinguere quale sia la reale componente umana. 


Le persone affrontano una vera e propria “truth fatigue” (stanchezza della verità) e si spaccano in due. Da una parte ci sono i molti che, sovraccaricati da informazioni e incertezze, vedono nel distacco o nell’accettazione passiva la migliore forma di protezione. Dall'altra, però, emerge una vitale avanguardia di “vibe workers”, professionisti che sperimentano i nuovi strumenti e si trasformano in guide per i colleghi disorientati e per le stesse organizzazioni.  
 
Per far funzionare un ecosistema così polarizzato occorre una grande trasparenza, una visione chiara e la capacità di comprendere il quadro generale prima del singolo dettaglio. 


Il ruolo dell'HR diventa perciò quello di un "Direttore d’orchestra": deve prevenire la "muffa" culturale (Culture Rot), valorizzare i pionieri e gestire il trauma della perdita di gerarchia (Great Flattening) senza mai “spremere” persone e strumenti. È un delicato lavoro di equilibrio dove il vero valore aggiunto è l’uso sapiente e umano delle risorse a disposizione. 


Se il futuro non è la sostituzione, ma l'amplificazione del potenziale umano attraverso una partnership consapevole con la tecnologia, chi saprà trovare “il giusto mix” tra intelligenza naturale e artificiale sarà il vero leader della Blended Workforce. 
Ma se nel 2026 chiedete velocità da IA senza offrire in cambio competenze durevoli, riconoscimento e un'adeguata compensazione, non state costruendo nessun futuro: state solo gestendo un'organizzazione che marcisce dall'interno. 



Abbiamo già visto nello scenario Human Reset quanto i lavoratori del 2026 sono profondamente scettici. Dopo la Great Resignation, molti hanno perso potere contrattuale e percepiscono decisioni come il ritorno forzato in ufficio (RTO) o l’adozione dell’AI come scelte calate dall’alto, spesso contro i propri interessi. 


Queste sensazioni sono alimentate dalla percezione che il lavoro stia diventando una performance. 


Le persone, per assicurarsi spendibilità e sopravvivenza, curano il proprio “personaggio professionale”: networking costante, contenuti su LinkedIn, narrazioni patinate della corporate life mascherano un senso di isolamento e la costante paura di “perdere posizioni”; le organizzazioni parlano di “snellire” invece che di licenziare, promuovono modelli ibridi mentre aumentano le giornate in presenza, chiamano “flessibilità” orari sempre più estesi.  
Questo divario tra valori dichiarati e pratiche reali viene definito da Gartner dissonanza culturale.  
 
Il Culture Rot (marciume culturale) rappresenta la deriva inesorabile di questo disallineamento: non più solo incoerenza, ma vero e proprio deterioramento. 
Nato come “buzzword” volta a indicare il progressivo peggioramento della qualità della cultura negli ultimi anni, nel 2026 il Culture Rot entra nel mondo del lavoro, descrivendo il processo insidioso e lento che porta un ambiente professionale apparentemente sano a deteriorarsi dall'interno, spesso nell'indifferenza generale.  


Quando la dissonanza non viene affrontata per molto tempo, i valori diventano facciata, e le persone reagiscono con ironia o con distacco per evitare di rimanere “professionalmente deluse”: parodiano il linguaggio aziendale, svuotano di significato rituali e pratiche, prendono le distanze, si concentrano sul “fare del proprio meglio, ma per sé stesse”.  


La cultura inizia a marcire, compromettendo la produttività e cancellando le poche ambizioni rimaste.  
 
In sintesi: la Blended Workforce descrive un mondo del lavoro dove la fluidità cerca di trovare spazio all’interno di strutture che necessitano di essere ripensate dalle basi, e non a partire dai singoli processi o progetti. 


In questo scenario, le organizzazioni appaiono come "Aziende-Piattaforma" costantemente in tensione: da un lato la spinta dell'IA verso l'efficienza pura, dall'altro una forza lavoro che spesso si "aggrappa" al ruolo per paura, rischiando però di stagnare e perdere motivazione nel lungo periodo.  
In tutto questo, il concetto di performance continua ad assomigliare sempre più a una pièce teatrale che a un risultato tangibile, dove si fa una fatica enorme a distinguere quale sia la reale componente umana. 


Le persone affrontano una vera e propria “truth fatigue” (stanchezza della verità) e si spaccano in due. Da una parte ci sono i molti che, sovraccaricati da informazioni e incertezze, vedono nel distacco o nell’accettazione passiva la migliore forma di protezione. Dall'altra, però, emerge una vitale avanguardia di “vibe workers”, professionisti che sperimentano i nuovi strumenti e si trasformano in guide per i colleghi disorientati e per le stesse organizzazioni.  
 
Per far funzionare un ecosistema così polarizzato occorre una grande trasparenza, una visione chiara e la capacità di comprendere il quadro generale prima del singolo dettaglio. 


Il ruolo dell'HR diventa perciò quello di un "Direttore d’orchestra": deve prevenire la "muffa" culturale (Culture Rot), valorizzare i pionieri e gestire il trauma della perdita di gerarchia (Great Flattening) senza mai “spremere” persone e strumenti. È un delicato lavoro di equilibrio dove il vero valore aggiunto è l’uso sapiente e umano delle risorse a disposizione. 


Se il futuro non è la sostituzione, ma l'amplificazione del potenziale umano attraverso una partnership consapevole con la tecnologia, chi saprà trovare “il giusto mix” tra intelligenza naturale e artificiale sarà il vero leader della Blended Workforce. 
Ma se nel 2026 chiedete velocità da IA senza offrire in cambio competenze durevoli, riconoscimento e un'adeguata compensazione, non state costruendo nessun futuro: state solo gestendo un'organizzazione che marcisce dall'interno. 


Abbiamo già visto nello scenario Human Reset quanto i lavoratori del 2026 sono profondamente scettici. Dopo la Great Resignation, molti hanno perso potere contrattuale e percepiscono decisioni come il ritorno forzato in ufficio (RTO) o l’adozione dell’AI come scelte calate dall’alto, spesso contro i propri interessi. 


Queste sensazioni sono alimentate dalla percezione che il lavoro stia diventando una performance. 


Le persone, per assicurarsi spendibilità e sopravvivenza, curano il proprio “personaggio professionale”: networking costante, contenuti su LinkedIn, narrazioni patinate della corporate life mascherano un senso di isolamento e la costante paura di “perdere posizioni”; le organizzazioni parlano di “snellire” invece che di licenziare, promuovono modelli ibridi mentre aumentano le giornate in presenza, chiamano “flessibilità” orari sempre più estesi.  
Questo divario tra valori dichiarati e pratiche reali viene definito da Gartner dissonanza culturale.  
 
Il Culture Rot (marciume culturale) rappresenta la deriva inesorabile di questo disallineamento: non più solo incoerenza, ma vero e proprio deterioramento. 
Nato come “buzzword” volta a indicare il progressivo peggioramento della qualità della cultura negli ultimi anni, nel 2026 il Culture Rot entra nel mondo del lavoro, descrivendo il processo insidioso e lento che porta un ambiente professionale apparentemente sano a deteriorarsi dall'interno, spesso nell'indifferenza generale.  


Quando la dissonanza non viene affrontata per molto tempo, i valori diventano facciata, e le persone reagiscono con ironia o con distacco per evitare di rimanere “professionalmente deluse”: parodiano il linguaggio aziendale, svuotano di significato rituali e pratiche, prendono le distanze, si concentrano sul “fare del proprio meglio, ma per sé stesse”.  


La cultura inizia a marcire, compromettendo la produttività e cancellando le poche ambizioni rimaste.  
 
In sintesi: la Blended Workforce descrive un mondo del lavoro dove la fluidità cerca di trovare spazio all’interno di strutture che necessitano di essere ripensate dalle basi, e non a partire dai singoli processi o progetti. 


In questo scenario, le organizzazioni appaiono come "Aziende-Piattaforma" costantemente in tensione: da un lato la spinta dell'IA verso l'efficienza pura, dall'altro una forza lavoro che spesso si "aggrappa" al ruolo per paura, rischiando però di stagnare e perdere motivazione nel lungo periodo.  
In tutto questo, il concetto di performance continua ad assomigliare sempre più a una pièce teatrale che a un risultato tangibile, dove si fa una fatica enorme a distinguere quale sia la reale componente umana. 


Le persone affrontano una vera e propria “truth fatigue” (stanchezza della verità) e si spaccano in due. Da una parte ci sono i molti che, sovraccaricati da informazioni e incertezze, vedono nel distacco o nell’accettazione passiva la migliore forma di protezione. Dall'altra, però, emerge una vitale avanguardia di “vibe workers”, professionisti che sperimentano i nuovi strumenti e si trasformano in guide per i colleghi disorientati e per le stesse organizzazioni.  
 
Per far funzionare un ecosistema così polarizzato occorre una grande trasparenza, una visione chiara e la capacità di comprendere il quadro generale prima del singolo dettaglio. 


Il ruolo dell'HR diventa perciò quello di un "Direttore d’orchestra": deve prevenire la "muffa" culturale (Culture Rot), valorizzare i pionieri e gestire il trauma della perdita di gerarchia (Great Flattening) senza mai “spremere” persone e strumenti. È un delicato lavoro di equilibrio dove il vero valore aggiunto è l’uso sapiente e umano delle risorse a disposizione. 


Se il futuro non è la sostituzione, ma l'amplificazione del potenziale umano attraverso una partnership consapevole con la tecnologia, chi saprà trovare “il giusto mix” tra intelligenza naturale e artificiale sarà il vero leader della Blended Workforce. 
Ma se nel 2026 chiedete velocità da IA senza offrire in cambio competenze durevoli, riconoscimento e un'adeguata compensazione, non state costruendo nessun futuro: state solo gestendo un'organizzazione che marcisce dall'interno. 


Nausica Montemurro,

Insight Director

Osservatorio Cooking Hr Trends

Nausica Montemurro,

Insight Director

Osservatorio Cooking Hr Trends

Nausica Montemurro,

Insight Director

Osservatorio Cooking Hr Trends

Articoli correlati

Articoli correlati

Logo

Seguici sui social

Linkdeln
Linkdeln
Linkdeln

Via Privata Cascia 6

Milano 20128

Email: info@verypersonalconsulting.com

P.IVA 09450350963

Iscriviti a The Good Mood Digest.

La newsletter che porta le ultime tendenze HR direttamente nella tua posta.

Very Personal Consulting. Tutti i diritti riservati.

Logo

Seguici sui social

Linkdeln
Linkdeln
Linkdeln

Via Privata Cascia 6

Milano 20128

Email: info@verypersonalconsulting.com

P.IVA 09450350963

Iscriviti a The Good Mood Digest.

La newsletter che porta le ultime tendenze HR direttamente nella tua posta.

Very Personal Consulting. Tutti i diritti riservati.

Logo

Seguici sui social

Linkdeln
Linkdeln
Linkdeln

Via Privata Cascia 6

Milano 20128

Email: info@verypersonalconsulting.com

P.IVA 09450350963

Iscriviti a The Good Mood Digest.

La newsletter che porta le ultime tendenze HR direttamente nella tua posta.

Very Personal Consulting. Tutti i diritti riservati.

Logo

Seguici sui social

Linkdeln
Linkdeln
Linkdeln

Via Privata Cascia 6

Milano 20128

Email: info@verypersonalconsulting.com

P.IVA 09450350963

Iscriviti a The Good Mood Digest.

La newsletter che porta le ultime tendenze HR direttamente nella tua posta.

Very Personal Consulting. Tutti i diritti riservati.

Logo

Seguici sui social

Linkdeln
Youtube
Sphotify

Via Privata Cascia 6

Milano 20128

Email: info@verypersonalconsulting.com

P.IVA 09450350963

Iscriviti a The Good
Mood Digest.

La newsletter che porta le ultime tendenze
HR direttamente nella tua posta.

Very Personal Consulting. Tutti i diritti riservati.